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Vecchio 12-02-2010, 16:11
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Predefinito Intendere lo sport...

Per chi ha voglia di leggere questo mega post: non parla in realtà di golf. Però ieri, mi è tornato fra le mani dopo una marea di tempo. L'ho riletto e quasi quasi scendeva la lacrimuccia...

Parlavo di calcio ma l'esperienza è quasi identica al golf con le dovute differenze.

Era l'inizio di un libro che non finirò mai, ma che voglio comunque condividere con voi.

Buona lettura.
EJ

"Siete cresciuti insieme, ma non ti ha aiutato a fare carriera; gli hai dato il cuore; ha voluto anche il gimocchio. Ti ha portato fuori con il freddo e ti ha tenuto in casa con il caldo; ti ha reso stupido e ti ha portato via la ragazza. Ridammi tuttto quello che ti ho dato...".
Spot totocalcio 2004.

Davvero, ma chi ce lo fa fare?
Chi ci fa amare questo dannato sport, fino a dedicargli tutti noi stessi, e a sacrificargli gran parte della nostra esistenza?
Chi, o cosa, ci prende a tal punto nell'animo da renderci succubi di una sfera di cuoio?
Sinceramente? Non lo so.
La passione per il calcio è forse una delle poche cose al mondo che soddisfa l'eterna equazione del "si nasce o si diventa". Ebbene si, calciofili si nasce e si diventa. Non importa quando ci si accosta al calcio, se presto o tardi, nel corso della vita; tant'è che quando accade, ci rende inevitabilmente e inguaribilmente malati.
Malati di calcio,si, malati.
Che altra definizione dare per una passione che, per chi come me, pratica, tifa,segue questo sport da vent'anni, ricavandone in cambio neanche un nichelino e tanti, tanti calci.
Uno dei mie primi ricordi risale al 1984 e a un omino dai riccioli neri e un destro spettacolare. Michel Platini.
Cosa volete che capissi di calcio allora, avevo solo cinque anni. Non sapevo nemmeno distinguere italiani da francesi. Sapevo solo che Michel era della Juve, che io tifavo Juve, e, di conseguenza, Platini.
Solo in seguito compresi la differenza.
Ricordo però una sera d'estate, era caldo, ma non esageratamente, rivedo ancora il sole che piano piano cala e invade le fronde degli olivi nel giardino della casa dei nonni. Mi sembra di essere ancora li, sulle piastrelle di sasso lavato, circondato dal muretto di sassi e dal pozzo di mattoni. Laggiù in fondo il cancello di legno. La mia Porta.
Poco tempo prima, mi era stato regalato un completo blu con l'effige di Topolino sulla maglietta; quella fu la mia prima divisa da calcio.

Ero Michel, campione dei campioni da solo contro il resto del mondo.
Lo ricordo come fosse ora: triangolo col pozzo, stop a seguire, dribbling alla terza piastrella e palla nell'angolo in basso a destra. Non cercavo mai l'angolino alto, al di là del cancello c'era una discesa al 10% di trecento metri...
Ma ecco, che quando nessuno ormai crede più nel pareggio, l'arbitro fischia un rigore per gli avversari. Il pubblico esplode in un coro di fischi, dalle tribune cade di tutto (petali di fiori rotti, più che altro...).
Poi ecco l'avversario; non ricordo chi fosse, sicuramente era un milanista, si appresta al tiro: botta a sinistra e portiere dall'altra parte. Clamoroso, pareggio. Il tempo di due passaggi, e si va ai supplementari.
Siamo ormai alla fine della partita, ma ecco che dalla fascia sinistra il pozzo calibra un perfetto cross in area sul quale il grande Michel non può sbagliare. E invece, liscio clamoroso. Non ricordo bene quale scusa trovai per inventarmi una punizione a favore dei miei eroi, tant'è che essendo giocatore, avversario arbitro e pubblico nessuno trovò da obiettare, nemmeno i moviolisti.
Punizione da tre quarti, batte Michel, lancio verso il muretto alla destra, che restituisce palla di prima (e ci mancherebbe), leggermente lunga, ma sulla quale Michel riesce ad arrivare e con un colpo sotto beffa il portiere in uscita.
Due a uno e campioni del mondo. Che dico del mondo, dell'universo, e forse qualcosa di più.

Che bello, quanto vorrei che il calcio fosse sempre così. In venti metri quadri sistemavo ventidue giocatori, l'arbitro (dei guardialinee ignoravo l'esistenza), centomilioni di tifosi e una palla. Giocavo quasi sempre solo, accompagnato dal pozzo e dai muretti, e per questo, anche in seguito, ho sempre prediletto l'aspetto corale del gioco di squadra.
Normalmente a sei sette anni, si imparano a fare i primi palleggi, qualche tiro in porta e, nelle partitelle con gli amici, un miliardo di dribbling.
Passarla? Ma se entro dentro la porta da solo, via, non scherziamo!
Ecco, quando tutti imparavano a dribblare, io imparavo l'arte del triangolo cercando di beccare il sasso con l'angolatura giusta per un buon passaggio di ritorno. Pensate sia stato triste? No, assolutamente, non mi sono mai più divertito a giocare a calcio come allora.
Intanto gli anni passavano, Michel, beh Michel non c'era più. Traditore, fedifrago, bas... Fu allora che al posto di Platini, lo spiker dello stadio di casa mia, col dieci gridava il mio nome. E quando entravo in campo i tifosi facevano la ola, qualcuno addirittura sveniva...
Vi chiederete perchè vi racconto queste cose che, chi gioca a calcio, dai bar alla serie A, ha senz'altro vissuto in prima persona?
E' semplice, perchè a volte è così bello, quasi commovente, ricordare quali sono i veri motivi che ci hanno fatto amare lo sport che pratichiamo.
Altrimenti non si spiegherebbe quale demone si sia incuneato nelle nostre coscienze provocandoci il "delirium calciorum".
Ma proseguiamo.
Un giorno, era autunno e già mi ero trasferito a Rimini, e non avevo più i miei compagni Pozzo e Muretto, adesso avevo compagni veri, regole diverse, ma il gioco, era sempre quello. Solo che qui, al posto del cancello c'era una porta formata, da una parte dal tronco di un magnifico frassino, dall'altra da un cappotto, uno zaino, una scarpa, un bastone infilato nel terreno... Si poteva tirare solo da fuori dell'area delimitata, due contro due, uno in porta e palla che è buona solo se passa la linea di tiro. E giù partite. Dalle due alle sette, anche col buio, alla luce dei lampioni, anche quando le fiancate delle macchine parcheggiate promettono sonori ceffoni. Chi erano i campioni, allora? Oh, annate in cui davvero c'era da sbizzarrirsi: Maradona, Baggio, Van Basten, Gullit, Zenga, Tacconi, e chi più ne ha, più ne metta. Ma chi erano questi signori al nostro cospetto? Niente, nullità assolute disperse nel tubo catodico. Noi eravamo i campioni, noi giocavamo a Pallone!
Chi, ricorda con esattezza intere partite viste allo stadio o alla tivù all'età di otto anni? In pochi, ci scommetto. Eppure, se solo ci pensiamo un secondo, ci tornano subito alla mente le senzazioni, i colori, le ombre di quelle partite giocate nel giardino o nel cortile di casa.
Fu uno di quei giorni,dove la scuola, la scuola? Cos'è? Beh insomma, quella roba lì, era chiusa per non so quale festa o patrono, e, in nove, dico l'esagerazione di nove bambini urlanti, ci ritrovammo nel giardino tra i palazzi che formavano il residence. Quattro contro quattro e uno in porta, si, ma chi? Ci vado io, mi duole la caviglia per un contrasto del giorno prima.
Ecco i primi tiri, fuori, uno o due gol, poi parate, parate e ancora parate, inframezzate da qualche ignobile papera, bisogna essere sinceri ogni tanto. Sembra una vocazione, incredibile, questo è nato per stare in porta!
Fu allora che, per la prima volta, entrai a far parte di una "vera" squadra di calcio, i Delfini.
A essere sinceri, le mie prime due partite le giocai da centravanti, non ricordo di aver toccato un solo pallone. Poi iniziai la mia carriera come portiere. Certo, era bello vedere gli altri giocatori correre e noi invece starsene lì a far addominali col pallone, tcnica di presa, uscite di pugno, ecc. Eh si, perchè eravamo in grado di giocare per ore di fila, ma di correre a comando, nessuno aveva voglia.
Così, sempre e comunque troppo velocemente, passava il tempo, e arrivavano le prime partite. Ricordo, prima giornata, presi due gol contro il Riccione. Poi, per tutto il resto del campionato, nisba, neanche un gol. Ero un fenomeno? No, avevo davvero una difesa di ferro.
Fu un anno molto bello, tant'è che sostenni un provino per il Cesena, ma ero ancora troppo piccolo.
Poi, l'anno seguente, scoprì una cosa che un portiere non deve sapere mai: quanto è bello segnare il gol della vittoria di una partita. Eravamo contati e mancava una punta, l'altro portiere coi piedi era scarsissimo, e giocai io. E segnai.
Iniziò per me allora un nuovo tipo di amore, l'amore per il gol.

2 Il mio migliore amico

Avevo dieci anni o giù di lì, spesso il sabato e la domenica trascorrevo ancora ore piacevoli a casa dei nonni, tra l'amico Pozzo e il compagno Muretto, conscio, ormai, che nel calcio, esistevano i dribbling, i guardalinee, e che anche i campioni possono sbagliare.
Andavo anche, non di rado, insieme a mio nonno, che aveva un negozio di alimentari, fino in Toscana per acquistare qualche specialità locale da rivendere in bottega. Ricordo, come fosse oggi, che da qualche tempo, il nostro vecchio pastore tedesco, Kurt, era morto. Non avevo mai legato molto con quel cane, soprattutto non capivo perchè facesse i buchi nel terreno accovacciandovici sopra...
Beh, un giorno, eravamo in Toscana, io e mio nonno, dalle parti di Castel Sant'Angelo o qualcosa di simile, e ricordo, ci fermammo all'ingresso laterale di una stazione di Carabinieri. Mi fu detto di aspettare. Aspettai. Aspettai ancora. Aspettai tanto che pensai che avessero arrestato il nonno. Come avrei fatto a tornare a casa? Non avevo mica la patente (non che non sapessi già guidare...).
Poi, quando mi stavo per addormentare sognandomi al volante del mercedes 240 familiare giù per il passo di Via maggio, mio nonno giunse con un fagotto di pelo che sembrava un cane. In realtà, era uno dei migliori amici che io abbia mai avuto.
Fu chiamato Rash. Non in onore dell'attaccante juventino, ma solo perchè "suonava bene".
Era un discolo, abbaiava sempre, rompeva fiori, vasi, scatole e scatoloni; correva sempre e adorava andare sempre e comunque negli unici posti dove non doveva andare. Per farla breve, correva sempre, perchè era perennemente in fuga da una bastonata...
Ci misi poco per comprendere che anche lui, a suo modo, amava il gioco del calcio.
Oggi si parla di preparazione atletica, di sedute tecnico-tattiche, ecc. Beh, io avevo qualcosa di meglio! Provate voi a cercare di scartare un pastore tedesco di non so quanti chili che cerca di strapparvi il pallone. Vi assicuro che scatto, resistenza e controllo di palla, miglioreranno di sicuro. La salute delle vostre scarpe e dei vostri piedi, sicuramente possono solo deteriorarsi, invece. Eh si, caro Rash, avevi dei bei denti..., Ma. d'altronde, è normale che gli attaccanti subiscano dei falli...
Giocammo mille partite uno contro uno, mentre inesorabile trascorreva il tempo, e anche quel povero cane cresceva segnato dal "delirium calciorum", e, vi assicuro, non si è più ripreso. Anche nell'ultimo periodo, quando a stento si reggeva in piedi, se vedeva una palla correva, si agitava, rischiava un infarto. Sarebbe morto felice, pensavo, almeno.
Invece no, è stata una siringa a ucciderlo, perchè davvero soffriva troppo. Non l'ho potuto salutare un'ultima volta, avevo un incontro di campionato. Il calcio mi ha dato un amico, ma nello stesso tempo, ha preteso di essere comunque più importante, proprio quando fa più male.

Era il periodo di "Holly & Benji", e per tutti, quando si nominava il "mio migliore amico", si intendeva "il mio pallone", fatta eccezione per il compianto Rash. Tutti a scuola conoscevano il tiro ad effetto alla Holliver Hutton, la catapulta infernale dei gemelli Derrick, che, fra l'altro, mi son sempre chiesto se fossero parenti con l'altrettanto in auge tenente omonimo; per non parlare delle mitiche parate di Ed Warner, e il famoso tiro della tigre di Mark Lenders. Nei corridoi già correva voce, che in qualche puntata futura Patty avrebbe baciato Holly. Mamma mia che scandalo...
Ma chi se ne importava, per noi esisteva solo il pallone, novantesimo minuto,e, appunto, Holly & Benji; per le smancierie ci sarebbe stato tempo una volta diventati famosi, e che diamine!
Fu così che al campetto della chiesa, si lottava ardentemente per impersonare quello o quest'altro personaggio. Scalogna pura era essere assegnati al ruolo di Bruce Harper, eri un Dio se potevi essere Holly o Tom Baker. Era forse una delle prime manifestazioni di quanto la Tv stesse diventando sempre più ingombrante nella vita dei giovanissimi di allora e di oggi. Per farla breve, il calcio assumeva, in quel momento una dimensione a se stante, dove il limite delle giocate non era dato dalle capacità e dalla fisica, bensì dalla fantasia e dall'ingegno.
Ricordo il mio primo vero tiro ad effetto. Certo, il tiro a girare di interno, direte voi, chi bene o chi male, tutti sono in grado di eseguirlo, e infatti, lo definisco tutt'ora "tiro a girare". No, amici, il vero tiro ad Effetto, è quello che veramente in pochi sanno fare bene (di certo non io...), quello di esterno, con le famigerate tre dita. E quando riuscii ad esguirlo, seppur quasi casualmente, la prima volta, mi si riempi il cuore di orgoglio, ora Holly Hutton, chi era al mio confronto? Fu un'esperienza quasi mistica; rivedo ancora il pallone che, appena colpito, sembra dover finire la sua corsa verso la bandierina del calcio d'angolo, poi a metà strada inizia a curvare e rallentare, ed infine a pochi metri dalla porta, l'arco si chiude ancor di più e la palla volge verso il basso acquistando velocità in caduta. Portiere sorpreso e silenzio assoluto. La palla finì fuori, ma quello era stato un tiro, che fino ad allora, avevamo visto solo nei cartoni animati o la domenica a novantesimo, raramente; era lo scettro del potere, era quello che io avevo e gli altri no.Per un attimo, ero in un qualche posto su una stella vicino a qualche Santo, a bere coca cola quanta ne volevo,e guardare dall'alto lo spogliatoio delle femmine, trangugiando tonnellate di cioccolata, senza che nessuno potesse obiettare.
La "fama" durò solo un paio di settimane, poi, ovviamente, prova e riprova, anche altri riuscirono nell'impresa in cui io ero riuscito. Qualcuno di sicuro in maniera migliore. Quei giorni di gloria terminarono inesorabilmente.

Crescendo ancora un pò, ci si accorge, dapprima a malincuore, che il mondo è si rotondo, ma non a spicchi bianchi e neri, e che nella vita, ci sono altre cose che meritano di essere vissute. Il Subbuteo, il computer, le prime sere ai pub, il motorino... e, ovviamente, le ragazze, se così si possono definire a dodici anni.
E a questo punto starete pensando, quand'è che sto pirla inizia a parlare di calcio vero, e la smette con le minchiate autobiografiche?
Io ribatto, che il calcio, quello vero, va prima vissuto e assaporato, in ogni suo aspetto, prima che tattico o tecnico, va inquadrato sotto il punto di vista emozionale, gustato fino al fondo del cono, senza fermarsi alle prime leccate alla crema e pretendere di capire da esse come sia il sapore del resto, lasciando sciogliere il tutto in un dispendio inutile di risorse.
Eh si, perchè così, spesso, si fa anche con un libro, di cui se le prime pagine ci annoiano, rinunciamo a proseguire; e ancora più spesso, lo si fa con la vita, pretendendo di capire cosa significhi aver vissuto, senza averlo fatto. Si potranno azzeccare tutte le giuste caratteristiche e senzazioni, ma non saremo mai in grado di spiegare a qualcun'altro "cos'è".
Il calcio è fatto di emozioni, che, inevitabilmente, diventano ricordi, più o meno vivi, ma pur sempre ricordi; e descrivere la "malattia" calcio senza prima descrivere quali sono state le scariche emozionali che mi hanno portato ad ammalarmi, sarebbe come cercare di far capire a un computer cosa sia il dolore o la gioia.
Ma, se non sbaglio, stavamo parlando di "donne".
C'è il famoso detto "Donne e motori, ecc." oggi, forse anche allora, sarebbe più corretto dire "Donne e palloni, sono gioie e soldoni". E qui ci tengo a fare una precisazione: ritengo non esista un solo uomo sulla terra che non necessiti di una compagna, e che, contrariamente a quello che si pensa, non siano le donne a rovinare i giovani calciatori, besì, l'assenza di esse.
Si, perchè, allora, il "giocare a pallone", diventa "calcio", il giocare per battere l'avversario, diventa il giocare per fare bella figura e ottenere di più. All'inizio si vuole impressionare una ragazza, poi, pian pian che si cresce di età e livello, si cerca un provino per questa o quella squadra, un contratto, un articolo sul giornale.
A quel punto,personalmente, dopo il mio primo grande amico "rash", persi anche l'altro mio migliore amico, "il pallone".
Si, perchè, per un periodo della mia vita, giocare a calcio era diventato una continua ricerca di attestati di stima e una eterna corsa per dimostrare di essere il migliore. A quel punto, non esisteva più la squadra, c'ero solo io; non c'era più il gusto di vincere insieme agli amici-compagni, c'era solo la tristezza di una partita vinta, ma in cui tu non avevi segnato, la gioia e l'appagamento di aver segnato anche se perdi.
In poche parole, lo spirito, il divertimento del calcio, sono morti, sepolti da qualche parte nel tuo orgoglio. Sono ancora lì, ma non ti permetti di lasciarli uscire. E, inevitabilmente, arriva anche il momento in cui, il calcio si prende la sua rivincita.
Generalmente, lo fa sotto forma di infortunio. Che, chissà perchè, arriva sempre nel momento in cui stai dimostrando a tutti chi sei, o credi di essere. E non crediate che sia l'infortunio la sua rivalsa! No, esso è solo il mezzo con cui il calcio ti fa capire che continua tutto anche senza di te, e che nessuno sta lì a pregare che tu riesca presto a tornare in forma. No, perchè sei solo uno dei tanti, e per farti notare non hai scelto il percorso migliore, facendoti solo nemici veri, e tanti amici falsi.
Può essere il caso, che nonostante questo, tu non riesca a capire l'antifona. A me è successo.
Ho rischiato di perdere un braccio, eppure il mio unico pensiero era tornare in campo e dimostrare di meritare un provino per una squadra di categoria superiore. Così, avevo sedici anni, rientrai in campo per l'ultima giornata di campionato, che vincemmo qualificandoci per le fasi finali. Rientrai in campo nel primo turno ad eliminazione, giocai una onesta partita, considerato che ero stato fuori quasi due mesi, ma venni sostituito a metà del secondo tempo. Com, io, il grande E.J.Sierra sostituito, e quell'altro brocco rimane in campo? Uscendo tirai la maglia in faccia al mister. Fu il punto più basso della mia carriera calcistica. La società continuò comunque a credere nelle mie capacità, facendomi giocare in prima squadra, seppur riprendendomi per il gesto fatto.
Per fortuna, quel giorno non lo capii di certo, dentro me iniziava a scricchiolare qualcosa. Iniziavo a capire che il calcio, forse, non era un mezzo per raggiungere qualcosa, un punto di arrivo, un oasi di pace interiore dove undici persone possono essere, una volta tanto, artefici del proprio destino e, seppure per qualche ora, gli eroi del campo.
Ma io ero ancora troppo stupido per capire che la cosa più bella che avevo, me la stavo gettando via da solo.
Erano lontani anni luce quando il solo fatto di riuscire a colpire il pallone nella giusta maniera faceva abbozzare un sorriso sul mio volto, era lontana la gioia di riuscire a scartare Rash, tornare indietro e ricominciare, solo per il gusto di farlo. Adesso, era tempo di statistiche, calcoli, medie gol. Il calcio non era più quel verde prato dove essere se stessi e liberarsi da tutto il resto. No, adesso in campo ci andavo portandomi dietro tutto il resto,ma, soprattutto, il pensiero di quello che doveva essere il futuro.
Sarebbe troppo facile dire che mi ero montato la testa. Sarebbe troppo riduttivo; scendevo in campo col coltello fra i denti e il sangue agli occhi, solo, però, per i miei interessi, nè per gioia, nè per passione. E' l'aspetto più brutto e infelice della malattia calcio.


Chi è arrivato fin qui forse ha compreso perchè ho scelto di pubblicarlo su un forum golfistico...
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Chapeau...

Io l'ho letto tutto...


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A me andrebbe benissimo... chi mi mantiene ?
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A me andrebbe benissimo... chi mi mantiene ?
Cosa ci vuole?

Azz...c'è riuscito Faletti!
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pistola la fantascienza piace anche a me... piuttosto evita di scrivere che tiri la palla a 328 yards , anche questa è fantascienza , ma non attira nessuno...


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pistola la fantascienza piace anche a me... piuttosto evita di scrivere che tiri la palla a 328 yards , anche questa è fantascienza , ma non attira nessuno...


quella purtroppo ormai è storia
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sai bene che il mio genere non ha così tanti lettori... In pratica di fantascienza in Italia leggiamo solo io e te
E allora scrivi in inglese
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E allora scrivi in inglese
Ebeh.....
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